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Autostrade: i costi in aumento del 4% dal primo gennaio

Autostrade più care. Dal 1 gennaio 2013 aumentano i pedaggi +4%


Non bastavano i tagli al welfare e alla spesa sociale. A crescere, dal 1 gennaio 2013, saranno i pedaggi delle autostrade italiane. In media il rincaro sarà del +3,91%, ma - come afferma il Sole24Ore - le percentuali toccherano il +13% in Veneto e il +14% in Valle d’Aosta. Questo il contenuto dei decreti che autorizzano le società concessionarie ai rincari richiesti in base agli investimenti sostenuti.

Insomma, l’anno nuovo comincia con una sorpresa amara per gli automobilisti. Sorpresa che, però, varierà da un luogo all’altro. La percentuale del 4% è, infatti, un valore medio. Il range di aumento dei costi varierà a seconda delle richieste dei concessionari e delle caratteristiche del territorio.
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Se l'Italia può permettersi 125 miliardi per aderire al MES

Il MES (Meccanismo Europeo di Stabilità) gestirà un fondo di garanzia per la salvaguardia del debito degli Stati Membri. L'adesione al Mes costerà all'Italia 125 miliardi di euro. Ma non mancano scetticismi circa la reale funzione del meccanismo. Secondo la studiosa di economia Lidia Undiemi c'è il rischio di una pericolosa dittatura finanziaria. Ecco l'intervista rilasciata a E-il Mensile.

Dottoressa Undiemi, cosa c’è che non va nel Mes?
Il Meccanismo Europeo di Stabilità (Mes o Esm), evoluzione del dispositivo europeo per la stabilità finanziaria (fondo Efsf), non pare possa consentire un salvataggio dei paesi in difficoltà, che anzi verranno solo gravati da nuovo enorme debito. Il trattato Mes, poiché prevede l’istituzione di una organizzazione finanziaria intergovernativa, rischia di generare delle dinamiche speculative che potrebbero far piombare le nazioni coinvolte in una pericolosa “dittatura” finanziaria, visto che la concessione di liquidità in favore del paese in difficoltà dipende dalle “rigorose condizionalità” che lo Stato debitore si impegna a rispettare pur di ottenere il finanziamento.

Cosa significa “rigorose condizionalità”?
Questo dovreste chiederlo ai parlamentari, dato che attualmente la ratifica è in corso di valutazione al Parlamento nazionale. Senza l’autorizzazione di tale organo istituzionale, questo “governo” della finanza europeo che mira ad indebitare gli stati per salvare le banche non può essere realizzato.
Detto ciò, ragionando per ipotesi, è molto probabile che si tratti di politiche di austerità, così come accaduto in Grecia con gli accordi della Troika: taglio delle pensioni, riduzione dei dipendenti pubblici, etc. Tra le altre cose, lo Stato che non versa le quote dovute all’organizzazione Mes può essere sottoposto a non meglio precisate “procedure di sorveglianza multilaterale”.

Quanto deve pagare l’Italia al Mes?
Il fondo iniziale comune è stato stabilito in 700 miliardi di euro. L’Italia ne dovrà inizialmente versare 125, di cui 15 subito: i primi 6 miliardi già quest’anno. Miliardi che, secondo i primi documenti disponibili nel sito del Senato, saranno recuperati mediante l’emissione di nuovi titoli di debito con conseguente pagamento di ulteriori interessi, per le prime quote stimati attorno ai 120 milioni di euro.

Leggi l'intervista completa su eilMensile.it
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Il ministro Grilli vuole salvare l'Italia. Per il Fmi il piano non funzionerà

Il super-piano di Grilli: tramite la vendità di beni pubblici è possibile ottenere 15-20 miliardi di euro l'anno, e ridurre il debito del 20% entro il 2017. Ma il Fmi smentisce: c'è un'elevatissima probabilità che fra cinque anni il debito rimanga tra il 120 e il 130% del Pil.

O c’è un complotto contro l’Italia o l’ottimismo del ministro dell’Economia Vittorio Grilli è troppo. Delle due, l’una. Nella lunga intervista rilasciata al Corriere della Sera, Grilli spiega che l’obiettivo del governo è quello di ridurre il debito pubblico italiano del 20% in cinque anni, che secondo il Fondo monetario internazionale (Fmi) sarà al 125,8% del Pil a fine 2012. Come? Con un maxi piano di dismissione dei beni pubblici da «15-20 miliardi di euro l’anno, pari all’1% del Pil». Secondo l’ultima Debt sustainability analysis del Fmi, l’Italia ha però il 95% di possibilità che, fra cinque anni, il debito pubblico rimanga fra 120 e 130% del Pil e solo il 5% di probabilità di una riduzione sotto quota 105%, come invece detto da Grilli.

Pochi giorni fa, l’istituzione guidata da Christine Lagarde ha presentato il suo ultimo rapporto sulla situazione dell’Italia. Dalla missione condotta dal team di Kenneth Kang nei mesi scorsi, è emerso che l’Italia ha «un’agenda ambiziosa», sebbene siano ancora elevati i rischi di contagio. E nonostante gli sforzi del governo di Mario Monti, la strada rimane ancora in salita. Oltre alle considerazioni generali su riforma del sistema previdenziale, riforma del lavoro e spending review, il Fmi ha però anche tracciata la curva del debito pubblico secondo l’ampio spettro variabili a cui possono essere assoggettate Italia ed eurozona.

Leggi l'articolo completo su: linkiesta.it
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